«Io, alla tua età, lavoravo già»

«Io alla tua età lavoravo già». Quante volte ce lo siamo sentiti dire?
Spesso si pensa che gli anni ’70, ’80 e ’90, gli anni dei nostri genitori, fossero un’età dell’oro. In realtà non era così: c’erano inflazione alta, crisi industriali e debito pubblico. La vera differenza rispetto ad oggi non riguardava l’assenza di problemi, ma la struttura stessa del mercato del lavoro.
In quegli anni, l’ingresso nel mercato del lavoro poteva risultare difficile e faticoso, ma alla fine conduceva a una traiettoria lineare. Gli studi storici sul primo impiego lo dimostrano: la quota di contratti a tempo indeterminato ha raggiunto il suo massimo storico proprio dal dopoguerra a metà degli anni ’80. Il lavoro stabile era il motore sociale che permetteva di progettare la propria vita, comprare casa, fare figli.
Poi, dagli anni ’90, tutto è cambiato. Il problema di partenza era reale: disoccupazione giovanile molto alta e un sistema considerato troppo rigido. L’idea che prese forza fu questa: se assumere a tempo indeterminato costa troppo e comporta troppi vincoli, molte imprese preferiscono non assumere affatto.
Politici ed economisti arrivarono così a una soluzione: introdurre contratti più flessibili, temporanei e meno vincolanti per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro. È in questo contesto che nel 1997 arrivò il Pacchetto Treu, una riforma pensata per rendere il mercato del lavoro più elastico e favorire nuove assunzioni.
In principio, la flessibilità era stata pensata come un ponte: entravi con un contratto temporaneo, facevi esperienza, dimostravi quanto valevi e venivi stabilizzato. Purtroppo le cose sono andate diversamente.
“Quel ponte è diventato una sala d’attesa: un contratto dopo l’altro, una scadenza dopo l’altra, senza alcuna prospettiva di certezza.”
Ed è così che la flessibilità, proposta come soluzione ma mai accompagnata da salari adeguati, tutele e percorsi reali di stabilizzazione, si è trasformata per molti in precarietà permanente. Ed eccoci al 2026, esattamente con le stesse condizioni.
Oggi la “gavetta” ha cambiato nome. Si chiama sfruttamento. Offrire 500 euro al mese per 40 ore di lavoro a settimana non è formazione, è sfruttamento.
I numeri
Un under 30 guadagna in media tra i 14.000 e 15.000 euro lordi l’anno — circa 1.000 euro netti al mese.
A Milano, Roma o Bologna, una stanza o un monolocale costa in media oltre 600 euro al mese. Ne restano 400 per tutto il resto.
Secondo una ricerca Deloitte, 7 giovani italiani su 10 a queste condizioni non riusciranno mai a comprare una casa o a mettere su famiglia.
I rapporti del Censis evidenziano una profonda frustrazione generazionale, dovuta alla totale discrepanza tra l’alto livello di istruzione raggiunto e le reali tutele offerte dal mercato. Non è pigrizia, non è mancanza di voglia. Sono le attuali condizioni strutturali che impediscono di costruire.
E tu? Qual è stata la proposta di lavoro o di stage più assurda che ti hanno fatto? Raccontacelo sul nostro profilo Instagram.
Fonti
- La Repubblica — Magra vita da stagista: il compenso minimo resta a 500 euro
- Il Sole 24 Ore — Deloitte: costo della vita, prima preoccupazione di Gen Z e Millennial
- Rivista Il Mulino — 24 giugno 1997, il Pacchetto Treu
- Rivaluta.it — Serie storica inflazione media Italia
- Il Fatto Quotidiano — Disoccupazione tornata ai livelli del ’77
- INPS — XXIII Rapporto Annuale
- Censis — VII Rapporto Censis-Eudaimon sulla situazione sociale in Italia